Otto edizioni, un terremoto di mezzo e una scoperta banale quanto rivoluzionaria: chiunque, tranne rarissime eccezioni, può cantare. La vera storia del Corso Base di Canto Corale nato a Crevalcore.
Gian Marco Grimandi
C’è un documento, da qualche parte nei miei archivi, con un’intestazione solenne: “Alla cortese attenzione dell’egregio Signor Senatore e Sindaco…”. Sotto, in un italiano da azzeccagarbugli che il mio passato da giurista mi impone ogni tanto di sfoderare, si presenta un “progetto di formazione musicale”. In realtà, spogliato di ogni paludamento burocratico, quel progetto raccontava una cosa semplicissima: prendevo un gruppo di sconosciuti, li mettevo in fila davanti a una lavagna luminosa in via Gaetano Lodi 131 a Crevalcore, e insegnavo loro a cantare. Anche a chi era sicuro, sicurissimo, di non poterlo fare.
Era il Corso Base di Canto Corale, un’idea che ho costruito quasi interamente da zero (perché, diciamocelo, nulla in arte nasce davvero dal nulla, un punto di partenza da qualche parte bisogna pur trovarlo). Il mio è stato “Cantar leggendo”, il sistema di Roberto Goitre: l’unico riferimento che ho preso in prestito, applicandolo sul campo. Tutto il resto, lo studio, l’adattamento pratico, la scelta del repertorio, la progressione didattica, persino gli esercizi con cui torturavo affettuosamente i miei allievi, è farina (laterale) del mio sacco. Un format che ho portato avanti insieme al Coro I Castellani della Valle, che ho diretto dal 1997 al 2015. Per otto edizioni. Sarebbero state almeno dieci, se una certa notte del maggio 2012 la terra, da quelle parti, non avesse deciso di darci un severo promemoria di chi comanda per davvero.
La materia grezza (e la busta paga)
Chi si iscriveva non era selezionato. Anzi, il bando, se così si può chiamare un volantino disegnato con Word e stampato in copisteria, era volutamente spalancato: dai 16 anni in su, nessuna esperienza richiesta, nessuna voce “dotata” pretesa, nessuna nozione musicale pregressa. Bastava avere voglia di provare a fare “rumore” in compagnia.
Ho ritrovato, tra le mie carte, la scaletta di una lezione del 22 aprile 2009. È un documento sublime nella sua totale assenza di solennità. Recita, testualmente: “Appoggio TRRRRR su intervallo do-sol-do”. Poco sotto: “Canto in maschera ma me mi mo mu… gnam gnam gnam gnam gnam”. E poi, incastonato tra un esercizio di lettura e un canone a due voci, un titolo che ancora oggi mi fa sorridere: “La busta paga (definire per saggio)”.
Ecco, se cercate l’essenza pedagogica del mio metodo, eccola qui: da nessuna parte, in quella scaletta, si parla di talento. Si parla di respirazione, di vocali, di gesti chironomici per disegnare la scala nell’aria, di canoni popolari da imparare ridendo. Perché il canto corale, l’ho sempre pensato, è probabilmente l’unico strumento di alfabetizzazione musicale davvero democratico che esista. Non seleziona i predestinati: accoglie chi c’è, e da lì costruisce.

Saggio finale, 23 maggio 2009. In scena il rapporto di forza tipico di ogni mio corso: un direttore e un plotone di voci femminili in proporzione di sette, otto a uno. Gli uomini, quando arrivano, restano sempre una simpatica minoranza.

23 maggio 2009: un direttore, un plotone di voci femminili e un ragazzo, e la prova provata che il canto corale, alla fine, è soprattutto una questione di coraggio condiviso.
Se anche a te qualcuno, un giorno, ha detto “tu muovi solo le labbra”, forse è arrivato il momento di scoprire cosa succede se, invece, la voce la lasci uscire. Il primo capitolo del mio e-book “Canta bene, vivi bene” è gratuito, e racconta esattamente da dove nasce questa convinzione.
Dall’unisono al terremoto (e ritorno)
Il metodo, negli anni, si è affinato in una progressione quasi ostinata nella sua gradualità. Si partiva sempre dall’unisono, con un accompagnamento a fare da stampella. Poi arrivavano i primi canoni, popolari e classici, per abituare l’orecchio a reggersi sulle proprie gambe. Poi le melodie a due voci, con un controcanto elementare costruito sui gradi fondamentali della scala. E infine, per chi resisteva fino a lì, le composizioni omoritmiche a tre e quattro voci, il momento in cui un gruppo di “analfabeti musicali”, come amo chiamarli con affetto, si accorgeva di aver costruito, senza quasi rendersene conto, un vero e proprio coro.
Poi, nel maggio 2012, il terremoto dell’Emilia ha spaccato in due non solo i capannoni e i campanili, ma anche le nostre serate del giovedì. Il locale che ci ospitava, di proprietà del Comune, non era più agibile. Il corso si è fermato. E qui, se permettete un piccolo orgoglio, sta la parte della storia che mi piace di più: non ci siamo arresi. Alla settima edizione, quella del 2014, siamo tornati, “a grande richiesta”, diceva il volantino, e non era solo una frase fatta da grafica pubblicitaria. Ripartimmo il 17 marzo, ogni lunedì e giovedì dalle 20 alle 21, con la stessa domanda scritta a caratteri cubitali sul manifesto: “Ti piace cantare ma non sai in che modo farlo?”.
Anche tu, in fondo, potresti avere la stessa domanda ancora aperta. Ho scritto un intero capitolo, gratuito, per chi non ha mai osato porsela ad alta voce.
Un format che ha attraversato l’Appennino
Questa idea non è rimasta chiusa dentro i confini di Crevalcore. L’ho riproposta, negli stessi anni, anche al coro Stelutis di Bologna, insieme a Silvia Vacchi, nella stessa realtà corale dove ho cantato per ventidue anni e studiato sotto la guida del Maestro Giorgio Vacchi. E, declinato per un contesto completamente diverso, lo stesso seme ha attecchito a Montecreto, sull’Appennino modenese, dove è diventato “In Coro nel Parco”: cinque edizioni, un paese sotto i mille abitanti, e la scoperta,braccontata in un altro articolo di questo blog, che cantare insieme può davvero tenere in vita una comunità, non solo metaforicamente.
Cantare in un coro allunga la vita (e salva un paese)
Se c’è un filo che lega Crevalcore, Bologna e Montecreto, è proprio questo: l’idea che non esista una “voce sbagliata”, ma solo voci che non hanno ancora trovato il coraggio. Non è un principio astratto che mi sono inventato a tavolino per fare bella figura in un progetto da presentare al Comune. È qualcosa che ho visto succedere, sera dopo sera, per otto edizioni, davanti a una lavagna luminosa, tra un “TRRRRR” e un “gnam gnam gnam”.
E adesso?
La Scuola di Benessere Corale nasce anche da qui: dalla voglia di riprendere quel format (via Gaetano Lodi diventa oggi uno spazio più ampio, ma lo spirito resta identico) e di riproporlo a chi, in questo momento, sta leggendo queste righe pensando “sì, ma io sono davvero stonato/a”. Non lo sei. O meglio: probabilmente non lo sei mai stato/stata. Sei solo rimasto/rimasta in silenzio un po’ più a lungo del necessario.
Se ti riconosci in questa storia, se anche tu ti porti dentro quella frase — “stai zitto/a, che sei stonato/a” — sentita magari quarant’anni fa, il primo passo è piccolo: dieci minuti di lettura, un indirizzo email, e nessun impegno.
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