Un racconto breve, una ragazza su una pietra, un respiro che diventa canto. Vi avviso subito: è la cosa “meno professionale” che abbia mai pubblicato. E anche una delle più vere.
Gian Marco Grimandi
Diciamolo subito, prima che lo pensiate voi: un ex leguleio, coordinatore di un’associazione regionale di cori amatoriali, con trent’anni di prove alle spalle, che si mette a scrivere fiabe su un respiro che diventa canto suona sospetto. Suona da corso di crescita personale con le candele profumate, da post con lo sfondo pastello e il font corsivo. Io per primo, se lo leggessi scritto da un altro, alzerei un sopracciglio.
Eppure eccola qui. L’ho scritta di getto, una sera, cercando di rispondere a una domanda che mi porto dietro da più tempo di quanto ammetta volentieri: perché, esattamente, insegno alla gente a cantare in coro? Non “come”, che quello lo so fare. Il perché.
Non mi è uscita una risposta tecnica. Mi è uscita questa.
Il respiro che diventò canto
C’era una volta un respiro.
Non un respiro qualunque, ma uno antico, nato quando il mondo era ancora giovane e il cielo cantava con le stelle. Non aveva nome, non aveva forma: era solo un soffio, un passaggio lieve tra le cose vive. Scivolava tra le foglie d’autunno, si mescolava alla nebbia del mattino, accarezzava le guance dei bambini addormentati.
Ma nessuno lo notava.
Il respiro era fatto per passare, non per restare. Per dare vita, non per farsi sentire. Eppure, dentro di sé, custodiva un desiderio: essere ascoltato. Non solo usato, ma davvero sentito, riconosciuto. Sognava di diventare qualcosa di più, ma non sapeva cosa.
Un giorno, mentre il sole tramontava dietro le colline, il respiro sentì una voce. Non era un canto, non ancora, ma aveva il suono di una speranza. Proveniva da una ragazza seduta sola su una pietra, tra l’erba alta. Aveva gli occhi chiusi, le mani sul petto, come se cercasse qualcosa dentro di sé.
Il respiro si avvicinò, incantato.
La ragazza inspirò profondamente, e in quell’istante, il respiro capì. Lei non cercava solo aria: cercava un senso, un suono, un ponte tra il cuore e il mondo. Allora il respiro si lasciò andare, fidandosi. Si fuse con la sua voce, e quando lei espirò, non fu un semplice fiato: fu un canto.
Dolce. Crudo. Puro.
Le note si sollevarono leggere, come piume, e si posarono sulle cose: sui rami, sui sassi, sulle nuvole. Il vento le portò lontano. Animali si fermarono ad ascoltare, e perfino gli alberi sembrarono respirare più lentamente, per non disturbare quel miracolo.
Quel canto parlava senza parole. Raccontava storie di pioggia che lava, di notte che consola, di ferite che fioriscono. Raccontava la verità di chi ha amato e perso, di chi ha taciuto troppo a lungo, di chi ha avuto paura e ora canta per respirare.
E da quel giorno, quel respiro non fu più solo un passaggio invisibile. Ogni volta che una voce si apre con sincerità, lui ritorna. Non si vede, ma si sente. È il primo soffio prima della nota, la scintilla prima della luce.
Perché ogni canto, prima di essere musica, è un respiro che ha trovato il coraggio di farsi sentire.

Ecco, ora la parte meno poetica, quella che serve a tenere i piedi per terra.
Non l’ho scritta pensando a un “marketing funnel”, a un “lead magnet”, a niente di tutto questo (parole che, lo confesso, ho imparato a malapena a pronunciare in questi mesi e che devo dire mi “inquietano” anche un po’). L’ho scritta perché dopo trent’anni passati a dire a persone convinte di essere “stonate” che potevano cantare, avevo bisogno di capire da dove veniva, per me, quella certezza così testarda. E la risposta che mi sono dato è tutta in quella fiaba: il canto non è una dote che si ha o non si ha. È prima di tutto un respiro, cosa che tutti, senza eccezione, sappiamo già fare, al quale un giorno permettiamo di farsi sentire invece che lasciarlo solo un passaggio invisibile.
Questa immagine mi è tornata così utile, così necessaria, che è diventata il primo capitolo del mio e-book “Canta bene, vivi bene”. Non l’ho aggiunta dopo per abbellire: è stata il punto di partenza da cui tutto il resto, capitoli pratici, esercizi, la Scuola stessa, si è sviluppato.
Se questa fiaba ti ha toccato qualcosa che non sapevi ben definire, forse è proprio quel punto di partenza a interessarti.
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