Crevalcore, 1999: una sala gremita di gente di ogni età, due bimbi in passeggino compresi. Quarantacinque minuti dopo, tutti, dico tutti, stavano cantando e “drammatizzando” un canone gospel in un inglese completamente inventato. Ecco come funziona una prova aperta corale.
Gian Marco Grimandi
Nel 1999 organizzai, insieme al Coro I Castellani della Valle, la prima “prova aperta” della mia carriera. L’idea era semplice sulla carta e temeraria nella pratica: invitare la cittadinanza di Crevalcore non a guardare una prova di coro, ma a farne parte, per una sera. Nessuno di noi si aspettava davvero che venisse qualcuno. La sala comunale, invece, si riempì fino all’ultima sedia:c’era gente di ogni età, c’era chi non sapeva nemmeno bene perché fosse lì, c’erano perfino due bambini in passeggino, con tanto di mamme e papà al seguito.
Qualche giorno dopo, alcuni dipendenti comunali e lo stesso sindaco, che di lì a qualche anno sarebbe diventato senatore, mi dissero una cosa che non ho più dimenticato: “Alle nostre iniziative istituzionali, agli incontri con la cittadinanza su temi importanti per la comunità, viene la metà della metà della gente che è venuta stasera.”
Quella frase mi è rimasta addosso più di ogni complimento sulla mia bravura come direttore. Perché non parlava di me: parlava del fatto che, messa di fronte alla possibilità di cantare invece che di ascoltare qualcuno parlare, la gente risponde. Sempre. È solo che quasi nessuno gliela offre, quella possibilità.
Quarantacinque minuti, nessuna lezione
Ecco il punto che tengo a chiarire subito, perché è il cuore di tutto: in una prova aperta non faccio lezioni di canto. Non spiego teoria. Non chiedo a nessuno di “impegnarsi” o di “seguire le istruzioni”. Se lo facessi, avrei perso metà della sala nei primi cinque minuti, e l’altra metà nei successivi dieci.
Quello che faccio, invece, è una specie di gioco a incastri, in cui ogni passaggio prepara il successivo senza che chi lo sta vivendo se ne accorga.
Si parte dal corpo, non dalla voce: faccio rilassare muscoli di schiena e arti, l’articolazione della mascella e chiedo saltelli vari suol posto: poi, in piedi, a coppie, faccio massaggiare le spalle a vicenda. È in quel momento (non dopo, né prima, proprio lì) che vedo sciogliersi la prima diffidenza, i primi sorrisi comparire tra sconosciuti. Poi butto lì, con tono buffo: “Ma qui siamo in palestra o dobbiamo cantare?”. Ride sempre tutta la sala. Ed è un riso che serve, perché toglie la tensione da “spettacolo” e la sostituisce con quella da “gioco tra amici”.
Da lì si passa al respiro, tutti insieme, alla ricerca di un diaframma che alcuni non sapevano nemmeno di avere. Poi arrivano i suoni: “trrrr”, “gnam gnam gnam”, “pa pe pi po pu”, “na ne ni no nu”. Faccio scoprire i risuonatori, come si può dirigere il suono del proprio parlato in avanti, di lato, persino indietro. “Ma dai, non si può parlare indietro!”, protesta sempre qualcuno. Poi lo scoprono da soli, perché in realtà lo stavano già facendo, senza saperlo, da tutta la vita. Ed è lì, in quell’istante di stupore genuino, che arriva la battuta che sento più spesso, e che è anche il momento in cui mi diverto di più: “Ma tu sei un mago!”.
Non sono un mago. Sto solo mostrando a qualcuno una cosa che il suo corpo sapeva già fare.
Da lì in poi è tutto un crescendo mascherato da gioco: divido la platea in due, tre gruppi, e insegno una regola semplicissima: quando la mia mano sale si respira, poi scende, arriva al petto e lì si canta, né prima né dopo. Poi li faccio giocare con i propri nomi, intonandoli sulla scala pentatonica, su triadi maggiori e minori, senza mai dire una parola di teoria musicale. Stanno facendo musica, e persino un po’ di armonia, senza accorgersene minimamente.
Solo alla fine arrivano i canoni (“La busta paga” è da sempre il mio “cavallo di battaglia”) e solo negli ultimissimi minuti succede la cosa più teatrale di tutte: il coro, già mescolato al pubblico fin dall’inizio, sale sul palco in stile flash mob. Solo lì dico, per la prima e unica volta: “E adesso, un assaggio di come un coro costruisce un canto”. Insegno una parte ai tenori, poi la stessa ai soprani, li metto insieme. Ripeto con le altre sezioni. Poi unisco tutto.
Ecco la magia del canto corale, spiegata a chiunque, anche a chi, quarantacinque minuti prima, non sapeva di poterla capire.
Rock My Soul, in un inglese tutto nostro
Il pezzo con cui chiudo, quasi sempre, è “Rock My Soul”, un canone gospel dall’effetto travolgente. C’è un problema, però: è in inglese, e in una sala comunale di provincia non tutti l’inglese lo masticano. Soluzione? Distribuisco il testo “maccheronato”, scritto cioè come si pronuncia, non come si scrive:
“Roc mai sool in ze bosom ov Ebreham… So ai, ai chent ghet over it, so lo, ai chent ghet ander it, so uaid, ai chent ghet raaaaund it, godda commin et ze dooor!”
Funziona sempre. Chi non ha mai spiaccicato una parola d’inglese in vita sua canta, in quel momento, con la stessa disinvoltura di un madrelingua, perché non sta leggendo un idioma straniero, sta seguendo un suono.
E allora succede la cosa per cui, in fondo, faccio ancora questo mestiere dopo tutti questi anni: la sala intera, riottosi ed entusiasti, grandi e bambini, stonati dichiarati e “dotati”, canta e drammatizza insieme, a piena voce, un pezzo che pochi minuti prima nessuno di loro avrebbe mai immaginato di poter cantare. C’è chi ride di se stesso, sorpreso di essersi lasciato andare così. C’è chi si commuove, senza sapere bene spiegare perché. E per qualche istante, in quella sala, non c’è più il pubblico da una parte e il coro dall’altra: c’è un solo, grande suono, un’unica anima che da zero si è ritrovata a essere un coro.
Non è successo una volta sola
Quella sera del 1999 a Crevalcore non è rimasta un episodio isolato. Ho riproposto le prove aperte molte altre volte, e continuo a farlo ancora oggi a Bologna e provincia, con i cori Antonella Alberani e Gruppo Vocale Aethra (ex Corale Orfeonica), che dirigo tuttora. Cambia la sala, cambia il pubblico, cambiano i canoni scelti, ma non cambia mai quello che succede nei primi quarantacinque minuti: la scoperta, sempre sorprendente per chi la vive e mai per me che la vedo ripetersi, che cantare non è una dote riservata a pochi. È un permesso che quasi nessuno si è mai dato.
Se questa storia ti ha incuriosito, e ti chiedi cosa succederebbe se quel permesso te lo dessi anche tu, il primo passo, molto più piccolo di una sala comunale gremita, è a portata di lettura.
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