2×1(+1): quando tre cori diventarono, per tre estati, un’unica voce

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Castellani della Valle, Antonella Alberani, Stelutis: tre formazioni diverse, tre repertori diversi, nessuna rivalità. Solo la storia di un coro nato per durare un’estate, e che ancora oggi mi lascia addosso qualcosa che non riesco a chiamare in altro modo che gioia.

Gian Marco Grimandi

Il nome, lo ammetto, è tutto tranne che elegante: 2×1(+1). Ma dietro quella specie di formula matematica c’era una logica molto precisa, ed era la mia: due cori che dirigevo, I Castellani della Valle e Antonella Alberani, più uno in cui cantavo, lo Stelutis di Bologna, dove affiancavo Silvia Vacchi nel Corso Base che avevo ideato io stesso. Tre realtà, tre estrazioni diverse, tre repertori diversi. Per tre anni consecutivi, ogni agosto, sono diventate un’unica voce sul palco di Montecreto.

L’idea, e il “sì” che non mi aspettavo

L’idea di far cantare insieme tre cori nasce da me, ma cresce grazie a chi l’ha accolta senza fare una piega. Tra quei tre gruppi, del resto, c’era già amicizia vera : spesso ci scambiavamo coristi, ci si conosceva da anni, non eravamo tre mondi separati che improvvisamente decidevo di far collidere. Quando ho proposto il progetto, la risposta è stata quasi all’unanimità un entusiasmo genuino, accompagnato da un’unica condizione, sempre la stessa: “Tu ne sarai il maestro.”

Alcuni coristi, pur di esserci, sospesero le proprie ferie. Fermatevi un momento su questo dettaglio: gente che lavora tutto l’anno, che ha diritto e voglia di riposarsi ad agosto, e che sceglie di passare parte delle proprie ferie a cantare insieme a sconosciuti-non-più-tanto-sconosciuti, per un concerto in un paesino di montagna. Se cercate una prova di cosa il canto corale sappia generare, difficilmente ne troverete una più eloquente di questa.

Nessuno screzio da raccontare (e mi dispiace deludervi)

Chi si aspetta, a questo punto, il racconto del conflitto (il soprano geloso, il direttore che scavalca l’altro, la rivalità tra repertori) resterà deluso. Non ci fu nulla del genere. Eravamo amici prima di essere coristi, e le “osmosi” tra i tre cori avvenivano già da tempo, spontaneamente. Mi dispiace per il pubblico “guardone” a caccia di drammi: qui c’era solo gente felice di lavorare insieme, senza un solo screzio in tre anni. Capisco che faccia meno notizia, ma è la verità, ed è, a suo modo, la parte più interessante della storia.

Un cortile in via Castello, e un intero paese che ci aspettava

Le prove si tenevano, con calendario “comodo” fra luglio e agosto, in parte a Bologna, nella sede del Coro Stelutis, in parte a Montecreto, nel cortile di un palazzo lungo via Castello, la strada che sale fino alla chiesa dove poi avremmo tenuto il concerto. Salivamo da Bologna, dalla provincia, da Crevalcore, e per un’ora o due quel cortile diventava il nostro spazio di lavoro. Ma non era uno spazio chiuso: la gente del paese e i turisti di passaggio ci sentivano cantare, si fermavano, e prima di ripartire ci dicevano sempre la stessa frase: “Ci vediamo al concerto.”

Un intero paese, di fatto, seguiva la nostra preparazione in diretta un pomeriggio dopo l’altro, prima ancora che il concerto avesse una data ufficiale sui manifesti.

Dopo le prove, le mangiate di cibo genuino di montagna nei ristoranti locali. Poi la siesta all’ombra dei castagni secolari dell’omonimo parco di Montecreto, proprio quel parco che avrebbe poi dato il nome al progetto “In Coro nel Parco”, nato dallo stesso terreno, letteralmente e non solo metaforicamente.

Quando arrivava il momento di schierarci davanti all’altare della chiesa, eravamo consapevoli di esserci preparati come se avessimo dovuto esibirci alla Scala di Milano o al Metropolitan di New York. Però nessuna ansia da prestazione (quella no, non c’era spazio per lei in un contesto così vacanziero e sereno) ma solo tutta la cura, tutta la serietà artistica che meritava un pubblico che ci aspettava da settimane.

Il concerto, il calore, e ciò che davvero contava

Il pubblico, ogni agosto, era numerosissimo. E alla fine del concerto, la gratitudine che ci mostravano non era per la nostra bravura, anche se, diciamolo con un filo di orgoglio ma senza spocchia, eravamo decorosi, e pure abbastanza in gamba. Era gratitudine per qualcosa di più semplice e più grande: per aver portato, a tutti, per tutti e verso tutti, la forza e la bellezza di ciò che il canto corale sa generare quando smette di essere una performance e torna a essere quello che è sempre stato: una comunità che si ritrova nella stessa voce.

Ogni estate, poi, c’era un momento che aspettavo con un’emozione particolare: quello in cui facevo salire sul palco, come special guest, i corsisti di “In Coro nel Parco”, la loro prima, timida uscita pubblica, accanto a un coro già rodato. Ecco un assaggio di quella sera, con corso e coro che cantano insieme.

Perché finì, e cosa mi è rimasto

Non ci fu un litigio, non ci fu una crisi artistica: cambiò semplicemente l’amministrazione comunale, e con essa la possibilità per me, dopo 5 estati consecutive, di continuare a tenere il corso a Montecreto. Il coro 2×1(+1) era nato apposta per quella chiesa, per quei mesi di agosto, per quella comunità, e senza più occasione di ritrovarsi, si sciolse. Posso solo immaginare la delusione di chi, lassù, aspettava già l’estate successiva.

Cosa mi porto dietro, ancora oggi, di quei tre anni del Coro 2×1 (+1)? La gioia di fare musica insieme a persone di estrazioni e repertori diversi, che quasi mai avevano cantato fianco a fianco prima, e che collaboravano al meglio di sé senza rivalità alcuna, solo con amicizia. La bellezza di creare qualcosa di curato, quasi rigoroso, dentro un contesto totalmente privo di ansia. E soprattutto la conferma, ricevuta ogni agosto in quella chiesa di montagna, che il canto corale non ha bisogno di giustificarsi con la propria bravura per meritare gratitudine: basta che sia condiviso, con semplicità, da chi lo fa a chi lo ascolta.

Se vuoi sentire come suonava, dal vivo, quella fusione di tre cori in uno solo:

alcuni scatti delle prove nella sede del coro Stelutis a Bologna

Se questa storia ti fa venire voglia di scoprire cosa può nascere quando si smette di cantare da soli, il primo passo è a un clic di distanza.

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