Missione per conto di… Giorgio (Vacchi)

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Crevalcore, inverno 1997: un garage gelido, otto persone infreddolite, e un direttore di coro che non voleva esserlo. La vera storia di come tutto è cominciato. Per chi crede sia troppo tardi, o troppo presto, per iniziare qualcosa che non si sceglie da soli.

Gian Marco Grimandi

C’è una scena, nella mia vita, che ha tutta la solennità di un film e nessuna delle sue comodità: niente luci, niente troupe, solo una stufa economica che mi bruciava la schiena mentre il fiato di otto persone si condensava nell’aria di un garage, in pieno inverno.

Ci arrivo per gradi, perché la scena da sola non spiega niente se non racconto prima cosa mi ci ha portato.

“Io, Giorgio? Ma tu sei matto!”

Il Coro I Castellani della Valle di Crevalcore, paese, anzi scusate, città sita all’estremo confine della Provincia di Bologna, sul crocicchio delle tre Province di Bologna, Modena e Ferrara, stava morendo. Non per mancanza di voci, non per mancanza di musica: stava morendo per quelle faide di paese che nascono sempre da motivi minuscoli e diventano, col tempo, muri invalicabili. Successe quello che succede spesso nei piccoli cori di provincia: qualcuno litigò con qualcun altro, qualcun altro se ne andò per solidarietà, e in poco tempo restò un gruppo sfilacciato, senza più una guida, ma con ancora vivi la tenacia e l’orgoglio di ritrovarsi e continuare a cantare.

Fu allora che il caro Giorgio, il Maestro Giorgio Vacchi, quello che per vent’anni mi avrebbe insegnato quasi tutto quello che so, decise che quel coro non poteva semplicemente spegnersi. E decise, con la stessa fermezza con cui i Blues Brothers si misero in marcia per la loro “missione per conto di Dio”, che il salvatore designato ero io.

Io, sulle prime, non la presi affatto bene.

“Io, Giorgio? Ma tu sei matto, noooo!”, gli dissi mezzo ridendo e mezzo “nel panico”. Non avevo mai pensato di fare il direttore di coro. Cantavo, sì, suonavo, sì, mi piaceva e mi riempiva la vita, ma dirigere era un’altra cosa, un ruolo che nella mia testa apparteneva ad altri, non a un “quasi” giurista di trentaquattro anni che, pur avendo già alle spalle un pezzo di vita e di lavoro, ancora si stava chiedendo cosa fare veramente di sé.

Ma Giorgio sapeva essere, come pochi altri, molto convincente. E aveva quella capacità rara, che io stesso avrei imparato da lui a tirare fuori, senza saperlo, in tutti gli anni a venire, di vedere in una persona qualcosa che quella persona non vedeva ancora in se stessa.

La prima prova, in un garage

Non partimmo da una sala prove vera. Non partimmo nemmeno da una sala comunale, come avrei fatto io stesso, anni dopo, anche con le mie “prove aperte”. Partimmo dal garage di un corista, in un inverno che a Crevalcore si faceva sentire tutto.

Eravamo otto, forse nove (non ricordo il numero esatto). RIcordo però tutto il resto con una nitidezza sorprendente per una cosa successa quasi trent’anni fa. Ricordo il fiato che usciva dalla bocca e si vedeva, bianco, nell’aria fredda. Ricordo le mani dei coristi, congelate, che stringevano fogli fotocopiati con la disperazione di chi ha freddo ma non vuole darlo troppo a vedere. Ricordo una stufa economica, piazzata proprio dietro di me, che mi arrostiva la schiena mentre il resto del corpo restava gelato, una specie di contrappasso climatico che, col senno di poi, trovo quasi comico.

E ricordo me, con le braccia tese per dare il primo attacco a un gruppo di persone che non avevo mai diretto in vita mia, che pensavo, nella mia testa, con l’ansia di chi sta per saltare senza sapere se il paracadute si aprirà:

“E mo’ che je racconto, a sti qua?”

(Ho avuto e ho tuttora carissimi amici romani: quella frase, col tempo, è diventata quasi un tormentone privato, un modo per dirmi “e adesso?” nei momenti in cui la vita mi chiede più di quanto io pensi di poter dare.)

Quello che non sapevo, quella sera

Non sapevo, quella sera nel garage, che avrei diretto quel coro per diciotto anni. Non sapevo che da lì sarebbe nato un metodo, otto edizioni di un corso, un format capace di attraversare l’Appennino fino a Montecreto. Non sapevo, e questa è forse la cosa più importante, che l’uomo che alzava le braccia tremando di freddo e di paura sarebbe diventato, decenni dopo, qualcuno capace di far cantare un’intera sala comunale senza che nessuno se ne accorgesse.

Sapevo solo una cosa, in quel momento: che non mi sentivo pronto, e che l’avrei fatto comunque, perché Giorgio me lo aveva chiesto e io, in fondo, mi fidavo di lui più di quanto mi fidassi di me stesso.

Se ce l’ho fatta io

Racconto questa storia non per nostalgia (anche se la nostalgia, lo ammetto, c’è tutta), ma perché so che da qualche parte, in questo momento, c’è qualcuno che si sente esattamente come mi sentivo io in quel garage: spinto verso qualcosa che non ha completamente scelto, convinto di non essere all’altezza, con le braccia tese e nessuna certezza che il primo suono che uscirà sarà quello giusto.

Se c’è una cosa che quel garage gelido mi ha insegnato, ripensandoci oggi, è questa: non serve sentirsi pronti per cominciare. Serve solo cominciare, e lasciare che la prontezza arrivi dopo, strada facendo, prova dopo prova, proprio come succede a chiunque si avvicini per la prima volta al canto, convinto/convinta di essere irrimediabilmente stonato/stonata.

Io non volevo fare il direttore di coro. Non mi sentivo capace, non mi sentivo pronto, non l’avevo scelto io. Eppure eccomi qui, quasi trent’anni dopo, a scriverne come della decisione più importante, anche se meno immaginata prima, della mia vita.

Se anche tu ti porti dentro una voce che non hai mai osato usare, o un “non ne sono capace” che ripeti da anni senza averlo mai davvero messo alla prova, forse la domanda giusta non è “sono pronto?”. È: cosa succederebbe se cominciassi comunque?

Il primo capitolo del mio e-book, “Canta bene, vivi bene”, parte esattamente da lì: dal respiro, dal primo passo, da quel momento in cui non ti senti ancora pronto e lo fai lo stesso.

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