
“Cantare in un coro allunga la vita”
Agosto 2011: mentre l’Appennino tremava sotto i decreti della spending review e sul filo dei mille abitanti si decideva la sopravvivenza del borgo, un manifesto nell’atrio del municipio invitava all’armonia. Storia di cinque anni di canti popolari, “analfabeti musicali” e resistenza umana.
Se c’è una cosa che la vita ad alta quota insegna, è che la sopravvivenza non è mai una questione individuale. Si sta insieme per non scivolare. Ma nell’estate del 2011, alle falde del monte Cimone, la sopravvivenza era diventata un’ossessiva questione di numeri. C’era la crisi, certo, ma lo spread che toglieva il sonno agli abitanti di Montecreto non era quello tra Btp e Bund tedeschi. Era il saldo demografico tra i vivi e i morti, un’altalena vertiginosa da Piazza Affari.
Il decreto governativo taglia-comuni imponeva una soglia spietata: sotto i mille abitanti, lo stemma con le tre torri sarebbe sparito per sempre, cancellato dalle mappe e accorpato al vicino comune di Sestola. Il sindaco controllava l’anagrafe ogni mattina come un bollettino di guerra: un giorno 1001 (salvi!), il giorno dopo 999 (perduti!). In paese si scherzava amaro con un imperativo non scritto: qui, per salvarci, è vietato morire.
È esattamente in quel clima di apprensione numerica che, nell’atrio di quel piccolo municipio senza vigili urbani, comparve il mio invito “laterale”, quasi bizzarro: un volantino che esortava la popolazione a radunarsi nei pomeriggi assolati sotto le fronde del Parco dei Castagni. Lo slogan, ritagliato involontariamente sulle ansie del momento, suonava profetico: «Cantare in un coro allunga la vita».
Quando l’anno prima, nel 2010, proposi all’amministrazione locale di creare dal nulla un corso di canto corale estivo per turisti e residenti, non avevo reti di sicurezza. Non era mai stato fatto nulla di simile, almeno a mia conoscenza, e comunque non da me. Ma sentivo l’urgenza di portare avanti l’unico vero obiettivo che anima la mia vita da musico: diffondere la meraviglia dell’esprimerci attraverso il nostro suono biologico, la gioia di superare i limiti e di creare il “bello” attraverso il canto d’assieme.
Sapevo benissimo a chi volevo rivolgermi. Non cercavo talenti da concorso televisivo o voci già educate. Volevo lavorare, come ho sempre amato fare, con la “materia grezza”. Volevo dare voce a quelli che affettuosamente chiamo gli analfabeti musicali. Persone che si portavano dentro il peso di un’ingiustizia remota, quella frase che quasi ognuno di noi si è sentito dire da bambino/bambina e che chiude la gola per sempre: «Tu taci, che sei stonato/a!». Oppure a chi ci aveva provato, ma era stato allontanato dal proprio sogno canoro dai doveri della vita, dal lavoro, dalla famiglia.
Nel Parco dei Castagni, anno dopo anno, è andata in scena una scommessa terapeutica e sociale. Attraverso lo studio della respirazione, la consapevolezza del diaframma, piccoli canoni e brani di canto popolare emiliano-romagnolo scritti appositamente per loro, decine e decine di persone di ogni età, nell’arco dei 5 anni di edizione del corso, hanno deciso di ritagliarsi qualche ora di sorrisi e studio nel bel mezzo delle vacanze.
I giornalisti della stampa nazionale e locale che sono saliti fin lassù rimasero stupiti. Nel 2013, Republica si soffermò, nel suo articolo, sullo slogan “salva paese” appeso in bacheca di cui sopra, mentre Il Resto del Carlino intitolò a tutta pagina: «Il corso di canto è un successone, speriamo diventi un coro», dalle parole dell’allora Assessore alla Cultura Giorgio Gruppion. La gente del posto, vedendoci provare all’aperto tre volte a settimana, ci aveva già ribattezzati ufficialmente così: “Il coro di Montecreto”. C’era qualcosa di incredibile nel vedere una partecipazione così numerosa in un comune che lottava per non scendere sotto i mille residenti.
La mia più grande soddisfazione professionale e umana, in quelle cinque edizioni memorabili tra il 2010 e il 2014, è stata proprio questa: vedere il “popolo che canta”. Vedere seduti sulle stesse panchine, a respirare e a sorridere insieme, pensionati, pensionate, operai, impiegate, magistrati, avvocati, idraulici, insegnanti e camerieri. Persone profondamente diverse che scoprivano la συμπάθεια (sympatheia) degli antichi greci: il sentire insieme, il vibrare all’unisono, rimandando all’universo un’emozione collettiva attraverso la propria unica, specifica e inimitabile voce.
I saggi finali di luglio e agosto, aperti al pubblico, non erano esibizioni da “esteti della musica”, pur nel loro rigoroso e a un tempo ludico senso; erano la festa di un paese che, attraverso il canto, celebrava la propria esistenza e la propria resistenza.
Un breve riassunto fotografico dei due saggi 2012
Montecreto mi ha regalato un’esperienza indimenticabile, un bagaglio irrinunciabile che mi porto dentro in ogni coro che dirigo. Mi ha dimostrato che se togli il giudizio, la voce si sblocca, si libera dei “lucchetti” che l’hanno imprigionata fino lì ed esprime il meglio di sé. E che la paura di essere “stonati” è solo una storia che ci siamo raccontati, ma che può essere cancellata in un pomeriggio d’estate, cantando insieme sotto i castagni.
A tutti quelli che da bambini si sono sentiti dire di stare zitti, da qui parte la vostra “rivincita acustica”:
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